Lo sgombero in Porto Vecchio torna a mostrare tutte le contraddizioni di una gestione emergenziale e propagandistica dell’accoglienza. Ancora una volta, infatti, l’intervento si concentra sull’immagine e non sulle soluzioni strutturali, lasciando irrisolti i problemi reali dei richiedenti asilo e della città.
Questa mattina in Porto Vecchio è andato in scena l’ennesimo teatro: un massiccio e coreografico dispiegamento di forze dell’ordine per “gestire” persone che, ironia della sorte, non stanno tentando di scappare, di nascondersi o di opporsi, ma aspettano solo di essere trasferite da un luogo di freddo e abbandono.
Un copione già visto, che tuttavia continua a essere riproposto come se fosse una soluzione.
I numeri parlano chiaro. Circa 100 richiedenti asilo sono stati trasferiti, mentre altrettante persone sono rimaste nei ruderi, al freddo, senza alcuna prospettiva immediata.
Inoltre, già nelle prossime ore, sono previsti nuovi arrivi di uomini e donne che hanno superato un sistema di controlli costoso e inefficace, che non ha ridotto i flussi ma ha solo aggravato le condizioni di chi arriva.
Una gestione emergenziale senza programmazione
Tutto questo si è svolto senza un adeguato numero di mediatori culturali, in mezzo a persone che sventolavano i documenti rilasciati dalle autorità nel tentativo di farsi capire.
Nel frattempo, gli agenti di polizia hanno cercato di gestire al meglio una situazione complessa e palesemente non organizzata. Ne emerge, quindi, un quadro di improvvisazione che conferma come l’operazione sia stata più simbolica che realmente funzionale.
Inoltre, la notizia del possibile trasferimento si è rapidamente diffusa. Dal dormitorio di via Sant’Anastasio sono arrivati anche nuclei familiari nepalesi, nella speranza di poter essere a loro volta trasferiti.
Questo elemento, tuttavia, evidenzia quanto il sistema sia caotico e incapace di garantire continuità e certezze, nemmeno a chi è già inserito in percorsi di accoglienza.
Sicurezza spettacolo e spreco di risorse pubbliche
Si tratta, pertanto, di un doppio spreco. Da un lato lo spreco di risorse pubbliche, di uomini e mezzi impiegati in operazioni a breve termine; dall’altro lo spreco di dignità istituzionale.
Infatti, appare ormai evidente che non siamo di fronte a un problema di ordine pubblico, ma a una gestione propagandistica della povertà e della fragilità.
I richiedenti asilo non hanno bisogno di camionette e cordoni. Hanno bisogno, invece, di posti dignitosi, di servizi di bassa soglia, di assistenza sanitaria e di soluzioni strutturali.
Soprattutto, non hanno bisogno di essere usati come comparse in una rappresentazione pensata per rassicurare qualcuno, mentre nei fatti non risolve nulla.
Porto Vecchio come non-luogo dell’accoglienza
Porto Vecchio continua a essere trattato come un non-luogo dove tutto è permesso, tranne ciò che servirebbe davvero: responsabilità, programmazione, umanità. Nel frattempo il copione è sempre lo stesso: si spostano le persone, si lasciano i problemi, e si ricomincia da capo il giorno dopo. Peccato che questa non sia una fiction. È la realtà. E a finirci in mezzo non sono solo le persone più fragili, ma anche la dignità della città di Trieste.”
Lo dichiara Maria Luisa Paglia, segretaria provinciale del Partito Democratico.




