Trieste e migranti tornano al centro del dibattito pubblico dopo le dichiarazioni del sindaco Roberto Dipiazza. Ma il Partito Democratico ribalta la narrazione: Lampedusa non è un insulto, è un simbolo di accoglienza e dignità. E il tema vero, oggi, è la gestione politica dell’emergenza migranti a Trieste.
In merito alle dichiarazioni del sindaco Roberto Dipiazza rilasciate a Il Piccolo del 24 gennaio 2026, in cui afferma che “Trieste non è Lampedusa”, arriva una replica netta, quella di Maria Luisa Paglia, segretaria del Partito Democratico di Trieste:
Magari fosse Lampedusa!”
Lampedusa non è il simbolo del fallimento, come qualcuno sembra voler far credere. Al contrario, infatti, è diventata negli anni l’emblema di un’Italia che, pur sotto pressione, non ha rinunciato alla propria umanità.
Lampedusa: un simbolo di accoglienza e solidarietà
Lampedusa è stata candidata al Premio Nobel per la Pace nel 2014, insieme all’isola greca di Lesbo, per l’impegno umanitario profuso dagli abitanti e dai pescatori nell’accoglienza dei migranti. Una candidatura sostenuta anche dal settimanale L’Espresso, che ha riconosciuto l’isola come simbolo di fratellanza, salvezza e umanità nel Mediterraneo.
La motivazione era chiarissima: premiare una comunità che, pur vivendo da decenni una pressione enorme e continua, non ha mai eretto muri, ma ha scelto di rispondere alle tragedie del mare con solidarietà, responsabilità e dignità. Una comunità che ha fatto ciò che le istituzioni europee spesso non hanno avuto il coraggio di fare.
Tra coloro che hanno indicato Lampedusa come esempio morale per l’Europa c’è stato anche Papa Francesco, che fin dall’inizio del suo pontificato ha scelto proprio Lampedusa come luogo simbolo per denunciare l’indifferenza globale e ricordare che l’accoglienza non è un’emergenza, ma una misura dell’umanità di una società.
Usare oggi Lampedusa come spauracchio, come sinonimo di caos o di insicurezza, non è solo ingiusto: è storicamente falso e moralmente miope. Lampedusa è diventata un simbolo perché, nonostante tutto, ha scelto di salvare vite, non di scaricare responsabilità. E in decenni di gestione di una situazione molto complessa non è mai morto un migrante perché lasciato in strada, al freddo, nell’abbandono.”
Prosegue Paglia.
Trieste e migranti: tra propaganda e mancanza di soluzioni
Trieste oggi non è Lampedusa non perché stia facendo meglio, ma perché si continua a rispondere con sgomberi, rimpalli istituzionali e propaganda, anziché con soluzioni strutturali, centri di bassa soglia e una vera assunzione di responsabilità politica.
Eppure, tuttavia, il tema dei migranti a Trieste non può essere trattato come un fastidio da rimuovere. Servono strumenti seri, servizi adeguati, coordinamento tra istituzioni e una visione che tenga insieme diritti, sicurezza e dignità.
Infatti, quando si risponde a un fenomeno complesso con slogan e semplificazioni, il risultato è sempre lo stesso: cresce solo il conflitto sociale, mentre le persone restano senza tutele e la città perde credibilità e coesione.
Il rischio è perdere la dignità della città
Il vero rischio non è il paragone evocato dal sindaco. Il vero rischio è perdere la dignità di una città, trattando persone come problemi e trasformando l’umanità in un fastidio da rimuovere.
Se Lampedusa è stata candidata al Nobel per la Pace per ciò che rappresenta, quindi, forse il problema non è il paragone. Il problema è non essere all’altezza di quell’esempio.




