Chiude la sezione slovena del Dijaški Dom. “Atto unilaterale, serve rispetto per la minoranza”

Una comunicazione improvvisa, redatta solo in italiano e priva di spiegazioni, ha informato le famiglie della chiusura della sezione slovena della scuola dell’infanzia presso il Dijaški Dom di Trieste. La notizia è arrivata lo scorso 20 giugno, a ridosso della fine dell’anno scolastico, suscitando sconcerto e rabbia tra i genitori, che si sono visti recapitare una decisione unilaterale senza alcun preavviso né possibilità di confronto.

A sollevare il caso in sede politica sono stati i consiglieri comunali Valentina Repini e Štefan Čok (Partito Democratico) e Giorgia Kakovic (Adesso Trieste), che hanno annunciato un’interrogazione per chiedere il ritiro immediato del provvedimento. Per i tre consiglieri, non si tratta di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di una politica miope e disinteressata nei confronti della comunità slovena locale e di tutte le famiglie, anche non slovene, che scelgono i percorsi educativi in lingua slovena.

Una rete educativa già indebolita

Nel mirino delle opposizioni non c’è solo la decisione in sé, ma un’intera linea d’azione dell’amministrazione comunale, ritenuta da anni inadeguata rispetto alla tutela della lingua slovena nei servizi per l’infanzia. I casi citati sono numerosi: dalla mancata apertura della sezione nido in sloveno a San Giovanni, alla presenza di personale supplente non sloveno nelle scuole, fino alla totale assenza di requisiti linguistici nei bandi per il servizio mensa. Addirittura, viene segnalato che l’attuale coordinatore dei nidi sloveni non conosce la lingua.

Si tratta di una condizione che mina le basi stesse della tutela delle minoranze linguistiche, che non può essere affidata al caso o al buon senso dei singoli, ma necessita di figure competenti, consapevoli e in grado di garantire la piena applicazione delle norme”.

In effetti, il diritto all’educazione in lingua slovena è sancito da leggi nazionali e accordi internazionali, e non può essere trattato come un semplice optional amministrativo.

Scuole slovene, non un dettaglio

Al di là del rispetto formale delle norme, il tema tocca anche una questione culturale e identitaria. “I servizi educativi in lingua slovena non sono un dettaglio burocratico – si legge nella nota dei consiglieri – ma luoghi vitali dove i bambini, spesso per la prima volta, vivono pienamente la lingua slovena. Senza questi spazi, viene meno un presidio fondamentale di trasmissione linguistica e culturale”.

La chiusura della sezione al Dijaški Dom appare quindi come l’ultimo tassello di una strategia di disimpegno, che secondo le opposizioni mina progressivamente l’intera rete educativa slovena della città.

La richiesta al Comune: cambiare rotta

PD e Adesso Trieste chiedono all’amministrazione un cambio di passo radicale: “Serve una politica equa e responsabile, che riconosca e valorizzi la presenza storica e viva della comunità slovena a Trieste. Non si tratta di favorire qualcuno, ma di rispettare un diritto. E questo diritto, oggi, viene sistematicamente calpestato”.

L’interrogazione è pronta: ora spetterà alla Giunta rispondere, chiarire motivazioni e intenzioni e, forse, rivedere una scelta che rischia di lasciare un segno profondo, non solo tra le famiglie coinvolte, ma in tutta la città.