La riforma dei porti voluta dal Governo e dal ministro Matteo Salvini accentra funzioni, investimenti e risorse, riducendo l’autonomia delle Autorità di sistema portuale. Per Trieste il rischio è ancora più grave: al ridimensionamento della capacità di programmazione si aggiunge la mancata tutela delle prerogative internazionali dello scalo.
Depositeremo due emendamenti a difesa della portualità regionale, che sono anche una chiamata alla coerenza e all’adesione del centrodestra. Se la riforma portuale non cambia, Trieste ci rimette più di tutti e aumenta il rischio di perdere l’occasione del salto di qualità rappresentato dagli investimenti”.
Le deputate Debora Serracchiani e Valentina Ghio, d’intesa con la senatrice Tatjana Rojc, tutte del Partito Democratico, annunciano il deposito, all’apertura dei termini parlamentari, di due emendamenti già tecnicamente perfezionati al disegno di legge di riordino della legge 28 gennaio 1994, n. 84, in materia di governance portuale e rilancio degli investimenti nelle infrastrutture strategiche del trasporto marittimo.
La riforma dei porti e la tutela di Trieste sono strettamente legate. La proposta del Governo modifica infatti in profondità l’equilibrio sul quale si è sviluppato il sistema portuale italiano e concentra a livello nazionale una parte decisiva delle funzioni di programmazione.
Il punto più controverso è la costituzione di Porti d’Italia S.p.A., una società pubblica destinata ad assumere un ruolo centrale nella programmazione e nella realizzazione degli investimenti infrastrutturali.
Il Governo presenta questa struttura come uno strumento di coordinamento nazionale. Tuttavia, secondo il Partito Democratico, il nuovo assetto sottrae alle Autorità di sistema portuale competenze, risorse e capacità di programmare lo sviluppo dei rispettivi scali.
Riforma dei porti e autonomia delle Autorità portuali
Il testo all’esame del Parlamento prevede che gli interventi inseriti nel Piano nazionale degli investimenti, comprese le opere infrastrutturali e la manutenzione straordinaria, siano attribuiti a Porti d’Italia S.p.A.
Alle Autorità di sistema portuale resterebbero invece la manutenzione ordinaria e gli interventi esclusi dal Piano nazionale. Inoltre, gli oneri relativi a queste attività continuerebbero a gravare sui bilanci delle Autorità.
Di conseguenza, le Autorità portuali rischiano di perdere il controllo delle scelte strategiche, pur conservando responsabilità amministrative e spese operative. La riforma dei porti e la tutela di Trieste pongono quindi un problema di equilibrio tra coordinamento nazionale e autonomia territoriale.
La riforma separa infatti la programmazione nazionale dalla conoscenza concreta dei territori, degli operatori economici e delle esigenze logistiche dei singoli scali. Inoltre, l’accentramento può allungare i tempi decisionali e rendere più difficile adattare gli investimenti alle caratteristiche specifiche di ciascun porto.
Le preoccupazioni non riguardano soltanto il Partito Democratico. Anche amministrazioni regionali, Autorità portuali e rappresentanti del settore hanno chiesto di evitare soluzioni centralistiche capaci di allontanare le decisioni dai territori e da chi gestisce quotidianamente gli scali.
Assoporti ha sollecitato una revisione dell’impianto della riforma, mentre il ministro Salvini ha confermato la volontà di procedere con la creazione della nuova società centrale. Il confronto avviato con le Regioni dimostra pertanto quanto il tema dell’autonomia delle Autorità portuali sia diventato uno dei principali nodi politici del provvedimento.
Porti d’Italia S.p.A. e centralizzazione delle risorse
Le criticità riguardano anche il piano finanziario. Nella prima versione della proposta il capitale della nuova società era stato indicato in 500 milioni di euro. Successivamente è stato ridotto a 10 milioni, una dotazione assai più contenuta rispetto alle funzioni attribuite a Porti d’Italia S.p.A.
Nel frattempo, la nuova società potrà ricevere ogni anno una quota delle entrate delle Autorità di sistema portuale. Il meccanismo, quindi, non si limita ad accentrare le decisioni, ma trasferisce verso il centro una parte delle risorse prodotte dai singoli scali.
Per Trieste questa impostazione può avere conseguenze particolarmente pesanti. Secondo le valutazioni espresse dal Partito Democratico, il sistema portuale dell’Adriatico orientale rischia infatti di perdere risorse finanziarie e una parte della propria capacità operativa.
La riforma dei porti e la tutela di Trieste devono essere valutate anche alla luce dei risultati raggiunti dallo scalo giuliano. Negli ultimi anni il porto ha dimostrato una notevole capacità di attrarre traffici, programmare investimenti e sviluppare collegamenti ferroviari con il Centro e l’Est Europa.
La specificità di Trieste richiede pertanto strumenti adeguati e una governance capace di intervenire con rapidità. Un sistema eccessivamente centralizzato rischia invece di subordinare le priorità locali a una programmazione nazionale distante dalle esigenze economiche e logistiche del territorio.
Porto franco internazionale di Trieste
Per dare reale effetto agli investimenti sul porto di Trieste bisogna preservare integralmente i vantaggi competitivi esistenti e attuare lo status di ‘porto franco internazionale’ tutelato dai trattati internazionali, che garantisce alle merci transito, lavorazione e deposito in totale esenzione doganale e fiscale.
Questa condizione distingue lo scalo giuliano dagli altri porti europei e costituisce un elemento essenziale della sua capacità di attrarre traffici, imprese e attività produttive. Pertanto, la tutela del porto franco non rappresenta una rivendicazione formale o meramente storica, ma una questione economica e strategica per Trieste e per l’intero Friuli Venezia Giulia.
Con il primo emendamento, il Partito Democratico intende dare seguito letterale alla mozione approvata all’unanimità dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia. Il documento chiede infatti di difendere l’autonomia dell’Autorità di sistema portuale e le specificità dello scalo triestino di fronte alla riforma.
L’emendamento inserisce nella riforma della portualità italiana la garanzia della storica extraterritorialità doganale dello scalo giuliano, sancita originariamente dall’Allegato VIII al Trattato di Pace di Parigi del 1947. Inoltre, tutela la piena operatività dei punti franchi del territorio.
Il voto unanime del Consiglio regionale costituisce un mandato politico preciso. Per questo motivo, il passaggio parlamentare rappresenterà anche una verifica della coerenza del centrodestra regionale, che in Friuli Venezia Giulia ha sostenuto la tutela del porto e dovrà ora dimostrare di volerla difendere davanti al Governo.
La riforma dei porti e la tutela di Trieste richiedono dunque il riconoscimento di una specificità giuridica e operativa che non può essere ricondotta a un modello uniforme valido per tutti gli scali italiani.
Codice doganale dell’Unione e punti franchi di Trieste
Il secondo emendamento interviene ancora sulla piena attuazione dello status internazionale dello scalo giuliano, unico in Europa per le sue caratteristiche. In particolare, il dispositivo impegna il Governo a presentare alla Commissione europea una proposta ufficiale di modifica del Codice doganale dell’Unione.
L’obiettivo è escludere formalmente la zona franca del Porto di Trieste dal territorio doganale dell’Unione europea. Una proposta ufficiale del Governo italiano consentirebbe infatti di affrontare la questione nelle sedi comunitarie competenti e di dare finalmente concretezza alle prerogative riconosciute allo scalo dai trattati internazionali.
Senza una garanzia esplicita, la riforma rischia di produrre per Trieste un doppio arretramento: da una parte la perdita di autonomia e di risorse, dall’altra l’assenza di una piena tutela del regime internazionale che ne sostiene la competitività.
Sono già stati diversi i tentativi fatti dal Pd e bloccati in vario modo dalla maggioranza incluso lo stesso partito della premier Meloni, che ha fatto l’opposto di quanto dichiarato. Ora abbiamo tutti l’occasione di fare e non solo dire”.
Lo sottolinea Debora Serracchiani, richiamando il centrodestra alle responsabilità assunte anche a livello regionale.
Gli emendamenti del Partito Democratico chiedono quindi di correggere una riforma che concentra poteri e risorse, indebolisce la programmazione territoriale e non riconosce adeguatamente l’unicità del porto di Trieste.
Il Parlamento dovrà decidere se proteggere uno scalo strategico per l’Italia e per l’Europa oppure consegnarlo a una governance centralizzata, più lontana dal territorio e dalle sue reali esigenze.




