Trieste perde ancora lavoro e competenze: il caso Atos riapre il nodo della politica industriale

La chiusura del sito Atos di via dei Frigessi mette a rischio altri undici posti di lavoro e si aggiunge a una lunga sequenza di crisi industriali. Per il PD Trieste è ormai evidente la necessità di una politica industriale territoriale capace di prevenire le crisi, difendere le competenze e attrarre nuovi investimenti.

La decisione di Atos di interrompere l’attività nello stabilimento di via dei Frigessi e trasferire il personale a Sesto Calende rappresenta un ulteriore colpo al tessuto produttivo triestino. Il Partito Democratico di Trieste esprime piena solidarietà agli undici lavoratori che, entro il 31 agosto, rischiano di perdere il proprio posto oppure di essere costretti a trasferirsi a centinaia di chilometri da Trieste.

Undici posti di lavoro non sono un numero trascurabile: sono undici persone, undici famiglie e competenze professionali costruite nel tempo. Tanto più che Atos è una realtà solida, parte di un gruppo internazionale presente in diversi poli produttivi italiani. Per questo la scelta di chiudere il sito triestino non può essere accettata come inevitabile senza aver prima verificato ogni possibilità di mantenere qui attività e occupazione».

Lo afferma Maria Luisa Paglia, segretaria provinciale del Partito Democratico di Trieste, raccogliendo l’allarme lanciato dalla Fiom CGIL e sostenendo le ragioni dello stato di agitazione.

 

Dalle emergenze a una politica industriale per Trieste

Il sostegno regionale alle imprese e ai lavoratori in difficoltà è necessario, come sta avvenendo anche nella complessa vertenza StarTech. Ma non possiamo continuare ad affrontare una crisi dopo l’altra soltanto quando gli stipendi non vengono pagati, la produzione viene fermata o i trasferimenti sono già stati comunicati. Gli interventi d’emergenza possono contenere temporaneamente il danno, ma non sostituiscono una politica industriale.

La vertenza Atos pone quindi una questione che supera i confini della singola azienda. Quando gli interventi pubblici arrivano soltanto nella fase più acuta della crisi, alle istituzioni resta soprattutto il compito di contenerne le conseguenze occupazionali e sociali. Una politica industriale territoriale deve invece essere in grado di riconoscere per tempo i segnali di difficoltà e intervenire prima che la perdita di lavoro e capacità produttiva diventi irreversibile.

 

Una lunga sequenza di crisi industriali a Trieste

Negli ultimi anni Trieste ha visto susseguirsi le vertenze Wärtsilä, Tirso, Flex-Adriatronics, U-Blox e StarTech. Adesso si aggiunge Atos.

Vicende diverse che, considerate insieme, mostrano un territorio progressivamente impoverito di lavoro, capacità produttiva, risorse economiche e competenze tecnologiche. Ogni stabilimento che chiude indebolisce anche l’indotto, riduce le opportunità per i giovani e rende più fragile l’intera economia provinciale.

Il punto, per il PD, è proprio la lettura complessiva di questa successione di crisi. La perdita di un’impresa o di un reparto produttivo non si esaurisce infatti nel numero degli occupati direttamente coinvolti. Con ogni attività che lascia il territorio si riducono competenze accumulate nel tempo, relazioni con l’indotto e possibilità di sviluppo futuro.

Il rischio è che Trieste continui così a perdere pezzi della propria base produttiva senza riuscire a sostituirli con nuovi investimenti e nuova occupazione qualificata.

 

Un piano territoriale per lavoro, competenze e investimenti

Per il PD serve un piano industriale territoriale fondato su una mappatura preventiva delle situazioni di difficoltà, un tavolo permanente con imprese, organizzazioni sindacali, istituzioni e mondo della ricerca, strumenti per trattenere e attrarre produzioni ad alto valore aggiunto e un confronto strutturato con il Governo sugli investimenti e sulle riconversioni.

La Regione non può limitarsi a intervenire a crisi esplosa o a distribuire risorse senza inserirle in una strategia complessiva.

Deve difendere a Roma il futuro industriale di Trieste e pretendere dal Governo un impegno concreto.

Il nostro territorio non può diventare un luogo dal quale le imprese possono ritirarsi lasciando alle istituzioni soltanto il compito di gestire le conseguenze sociali.

Occorre agire prima, con programmazione, autorevolezza e una chiara idea di sviluppo.

Trieste ha bisogno di nuovi investimenti, ma prima di tutto deve smettere di perdere il lavoro e le competenze che già possiede.