L’inerzia amministrativa e l’assenza di empatia del sindaco davanti al tema dei migranti

L’intervista rilasciata dal sindaco Dipiazza a Il Piccolo ha riacceso il dibattito sull’accoglienza dei migranti a Trieste. Tra dichiarazioni tranchant e continui scaricabarile, resta però inevasa la domanda più importante: come garantire sicurezza e dignità alla città e alle persone?

 

La propaganda che lascia vuoti amministrativi

Ancora una volta il sindaco Dipiazza cerca di scaricare su altri le responsabilità che spettano alla sua amministrazione.”

Lo afferma con chiarezza Maria Luisa Paglia, segretaria del PD triestino.

E in effetti, mentre il sindaco rivendica di “non voler più avere a che fare con i migranti”, la città si trova a fare i conti con scene di degrado davanti alla stazione e in Porto Vecchio.

Non si tratta di fatalità: l’accoglienza diffusa non è stata “un errore politico”, come sostiene Dipiazza, ma un modello previsto dalla legge che per anni ha evitato proprio quelle situazioni di emergenza sociale e sanitaria che oggi vediamo.

 

La questione dei fondi e il paradosso Albania

Dipiazza insiste sul debito dello Stato verso il Comune: “Ora abbiamo circa 300 minori a carico. Lo Stato ci deve 22 milioni. Non possiamo più permetterci questo business.”

Parliamoci chiaro: quei fondi non mancano per caso, ma perché il Governo ha deciso di dirottare risorse in un’operazione costosissima e inefficace come i CPR in Albania (1 miliardo di Euro di cash flow).

I centri di permanenza per il rimpatrio in Albania, aperti nel 2024, sono rimasti operativi soltanto cinque giorni, con una spesa di 114 mila euro al giorno per mantenere appena 20 persone in detenzione. A fronte di ciò, il costo strutturale per posto in un CPR sul territorio nazionale è di circa 21 mila euro, mentre nell’accoglienza diffusa è pressoché nullo. Un enorme spreco di denaro.

Non solo uno schiaffo ai conti pubblici, ma un insulto ai diritti: la Corte di Cassazione ha sollevato seri dubbi di incostituzionalità, richiamando violazioni della Costituzione e delle convenzioni europee. Il tutto mentre si taglieggiano i Comuni che anticipano le spese dell’accoglienza.

 

La frustrazione di chi governa da decenni

Il sindaco lamenta l’impossibilità di cambiare “situazioni consolidate”, ma non si può dimenticare che la destra governa da tre anni a Roma, da otto in Regione e da nove a Trieste.

Tutta la legislazione di riferimento – dalla Bossi-Fini in poi – porta la firma di quegli stessi partiti che oggi denunciano il fallimento del sistema.

La frustrazione che traspare dalle parole di Dipiazza è evidente: c’è una distanza enorme tra la retorica dei confini chiusi, delle detenzioni arbitrarie e delle deportazioni, utile alla destra per lucrare cinicamente consenso, e la realtà quotidiana che chiede soluzioni concrete. E intanto i cittadini vedono crescere tensioni e disagi, mentre gli amministratori locali alzano le mani.

 

Un sindaco non può rinunciare alle proprie responsabilità

È ora di dirlo chiaramente questa destra ha sbandierato in campagna elettorale la promessa di sicurezza e gestione dei migranti, ma non è stata in grado di garantire né l’una né l’altra. A pagarne il prezzo sono Trieste, i suoi abitanti e le persone abbandonate per strada.”

Maria Luisa Paglia usa parole che non lasciano scampo.

Un sindaco non può limitarsi a disporre cartelli di divieto multilingue o a chiedere sgomberi di massa prima ancora che i richiedenti abbiamo adempiuto alle bizantine incombenze burocratiche per la presentazione della domanda di asilo.

Amministrare significa affrontare i problemi, non negarne l’esistenza.

Quando Dipiazza dichiara di non voler più “avere a che fare con i migranti”, da una parte manifesta il rifiuto adolescenziale di un problema complesso, accompagnato da un meccanismo difensivo di espulsione “non è mio compito, devono occuparsene altri” e dall’altra un’inquietante atonia morale cioè la totale assenza di empatia verso la sofferenza di persone in condizione di bisogno, così facendo abdica sia al suo ruolo istituzionale che ad un imperativo etico di una persona civile: tutelare la sicurezza e la dignità di chi vive o transita a Trieste.

 

Proposte per una Trieste all’altezza della sua storia

La propaganda è dannosa, occorre invece un’agenda concreta:

  • Recuperare i fondi dovuti ai Comuni, evitando che siano sacrificati a operazioni propagandistiche all’estero.
  • Rilanciare l’accoglienza diffusa, che ha dimostrato di funzionare, accompagnata da una gestione strutturata dei trasferimenti.
  • Garantire sicurezza urbana, anche con l’aumento degli organici delle forze dell’ordine e il ritorno del poliziotto di quartiere.
  • Riaprire spazi di prima accoglienza temporanea per evitare che le persone dormano all’addiaccio, con il coinvolgimento delle realtà sociali che già operano sul territorio. Ad esempio terminare i lavori per l’ostello di Campo Sacro e riattare la struttura dell’ex mercatino di Via Flavio Gioia. 

 

Trieste è una città di confine, internazionale e aperta

La nostra città non può essere ridotta a un palcoscenico per slogan securitari. Servono serietà, responsabilità e la capacità di coniugare sicurezza e umanità. Perché senza politiche di accoglienza efficaci non si ottiene più ordine, ma solo più marginalità. Ed è questo che oggi manca all’amministrazione Dipiazza: la forza di proporre soluzioni invece che cercare alibi.