Cronaca della crisi industriale di Trieste e del suo territorio, report evento

Resoconto dell’incontro promosso dal Forum Economia e Lavoro del PD di Trieste e svoltosi l’11 novembre 2019 presso il Circolo ACLI di San Giacomo

Sintesi a cura di Franco Codega, per chi desidera approfondire una video registrazione integrale dei lavori è disponibile sul canale You Tube del PD.

Interventi Introduttivi

On. Debora SERRACCHIANI
Capogruppo PD Commissione Lavoro Camera dei Deputati

Nelle situazioni di oggi, sempre in evoluzione, è necessario pensare a soluzioni che prevengano le crisi e non dover intervenire all’ultimo momento. È quello che ho cercato di fare quando ero presidente della regione.

Il Periodo più nero in Regione fu il 2015. Allora abbiamo cercato di accompagnare alcune crisi. Si spinse l’azienda, vedi Electrolux, a cambiare la propria produzione, renderla più innovativa, fare nuovi prodotti. Ciò anche con aiuti e fondi pubblici.

Così abbiamo fatto con la Ferriera. Abbiamo creduto nella opportunità di proseguire l’attività per garantire l’occupazione. Il sig. Arvedi ha messo molti soldi. Il laminatoio a freddo: può garantire fino a 700 posti di lavoro. Ora, a livello nazionale siamo di fronte ad una situazione paradossale: è l’unico tavolo al MISE in cui non si lavora per tenere aperta ma per chiudere una azienda!

Caso Wartsila: tre anni fa si voleva ridimensionare lo stabilimento. Warstila ha partecipato alla filiera dell’innovazione creata da Calenda all’interno della industria 4.0. Si provvide ad un investimento in Ricerca e sviluppo per fare motori nuovi: elettrici o ibridi. Si è andati avanti per qualche anno. Ora, cambiati anche i dirigenti tutto si è assopito, e ora ci sono poche commesse.

Come si è visto in questi tre casi che ho citato le Istituzioni hanno avuto un ruolo decisivo per il rilancio. Anche oggi c’è bisogno del loro intervento. Le Istituzioni locali ci devono dire dove vogliono andare: in quale direzione. I fondi necessari possono essere reperiti. Per es. c’è il fondo nazionale per la decarbonizzazione a a disposizione. Si potrebbe usare per la ferriera. Pensare di poter reimpiegare coloro che perdono lavoro in turismo o uffici pubblici non è realistico. C’è anche il fondo per il rinnovamento energetico cui si può ricorrere. Quindi non è tanto un problema di soldi, che in buona parte ci sono, ma è un problema di visione politica per il futuro.

Michele PIGA
Segretario generale CGIL Trieste

 L’economia del nostro territorio ha queste caratteristiche: il 10 % del PIL deriva dall’industria, il 5 % dall’edilizia, il restante 75 % per un terzo dalla intermediazione finanziaria, un terzo dalla pubblica amministrazione, un terzo dal terziario. Una economia debole pertanto e in questo contesto i piccoli cambiamenti possono avere effetti dirompenti.

La crisi industriale da cosa deriva? In alcuni casi da cattiva gestione. In altri casi, soprattutto quando si tratta di multinazionali, da uno scarso legame con territorio. I servizi all’impresa fanno difficoltà a rafforzarsi in quanto avrebbero bisogno di un bacino più ampio dell’industria da servire, che non c’è.

Il comparto industriale, per svilupparsi, ha bisogno della convergenza positiva di due contesti: il contesto locale e il contesto nazionale-europeo. Limitiamoci ora al locale.

In Italia ci sono 19 aree di crisi industriale complessa. Trieste è una di queste. Questa è una opportunità da giocare. Ci sono strumenti e capacità di investimento all’interno di questo territorio. Eppure alcuni problemi sono ancora fermi: per es. la questione del sito inquinato va ancora risolto. Ci sono ben 219 imprese artigiane che operano in quel territorio.

L’ex Ezit: rientra nella legge sui consorzi. Lì dentro c’è patrimonio. Il consorzio è per 52 % dell’autorità portuale, ma per il resto 48 % è delle istituzioni locali: del Comune di Trieste, Muggia e S. Dorligo.

C’è poi il porto, che da alcuni anni ha uno sviluppo positivo. Secondo noi, non avendo Trieste un entroterra per reperire materia prime, il porto deve diventare la sorgente di materie da poter lavorare, creando industrie manifatturiere nelle zone franche. In tali zone si possono rielaborare le merci che arrivano per sfornare prodotti industriali.

Il porto vecchio: è stata costituita alcuni mesi fa una società tra Autorità portuale, regione e comune: anche lì c’è patrimonio. Ma al momento non ci sono grandi idee.

C’è la presenza della università e degli Enti di ricerca di prim’ordine. Tutti ne parlano ma non c’è mai una sintesi operativa che metta davvero a sistema i due comparti.

Eppure lo strumento per realizzare tutte queste cose c’è: è l’Accordo di crisi industriale complessa. Ivi si può trovare la sintesi e reperire i fondi, ma bisogna saper mettere in atto una programmazione globale. Per fare questo però c’è bisogno di un apporto costante e reale delle istituzioni locali. Ed è quello che oggi manca. Il sindaco non c’è. Anche la Giunta regionale dovrebbe fare la sua parte. Da qui lo sciopero dei sindacati confederali proclamato per il 15 novembre. Ben 1.500 posti di lavoro sono a rischio.

Dibattito e interventi conclusivi

 

On. SERRACCHIANI : Il quadro internazionale. C’è una crisi del mercato dell’acciaio in generale. C’è una sovrapproduzione. Gli americani non importano più acciaio, bastano a loro stessi. Questo ha comportato in Europa l’invasione dell’acciaio fatto in Cina e in Turchia. L’Europa non ha ancora preso una posizione sull’acciaio che viene da fuori Europa. Fino all’arrivo di non più del 25% non pagano alcun dazio. Solo dopo pagano. Quindi fino al 25% arriva con il prezzo iniziale di produzione, che è più basso del nostro. Fino ad oggi l’Italia importa circa 4 miliardi di tonnellate di acciaio. E siamo il secondo paese produttore di acciaio in Europa, dopo la Germania. Un intervento pertanto necessario è che L’Europa intervenga a mettere dazi anche al di sotto del 25%.  Poi c’è un tema degli impianti italiani: sono vetusti. Il caso dei Riva è eclatante: acquistano per poco l’impianto di Taranto e non hanno fatto interventi di ristrutturazione e risanamento ambientale.

L’acciaio che viene fuori da un forno elettrico è di minore qualità rispetto a quello che viene fuori da un impianto a caldo. Quest’ultimo fa l’acciaio “piano” , il migliore , quello che serve per l’industria dell’automobile.  È il migliore ma ora le richieste sono in calo perché c’è anche la crisi dell’automobile. Comunque l’Italia non può rinunciare alla produzione di acciaio. Lo ha detto anche il ministro Patuanelli. Certo c’è la questione ambientale. Ma diciamocelo chiaro: Il quartiere Tamburi andrebbe svuotato e spostato. 

Sull’acciaio quindi il Paese deve interrogarsi cosa vuol fare. Noi, a suo tempo, facemmo la nostra scelta: Sulla Ferriera ci sono finiti 240 milioni di euro, per il rilancio industriale e per il risanamento ambientale. E i miglioramenti sul piano ambientale sono stati notevoli. Ed è significativo che oggi si vuole chiudere l’area a caldo, per scelte politiche non per problemi ambientali.

Decarbonizzare : mantenere la aree a caldo utilizzando non il carbone , ma il gas. La qualità resterebbe elevata. Però ciò richiede investimenti per la modifica degli impianti. Per l’Ilva per es. si potrebbe utilizzare il gas che arriverà dal FAP. Ma i fondi nazionali per la transizione industriale servono proprio a questo! Uno degli esempi della decarbonizzazione ce l’abbiamo a Monfalcone. La centrale A2A.

Il PD nella attuale manovra finanziaria ha preteso che ci siano 50 miliardi nei prossimi 15 anni per l’economia verde. Ma bisogna essere consapevoli che questa economia verde, in una prima fase e in alcuni settori rischia di far perdere posti lavoro invece che crearli. Es, la CONTINENTAL, azienda che in Toscana fa pezzi di ricambio per le macchine, ha deciso la riconversione per macchine elettriche. Farà solo batterie. Ciò comporta la riduzione da 1000 a 500 operai.

L’essere una area industriale complessa, non è sfiga, ma opportunità: ci sono tanti soldi da poter sfruttare.  È necessario però un Articolato e preciso Accordo di programma. Patuanelli ha già messo a disposizione 120 milioni per due aree industriali complesse, tra cui Trieste. In questo contesto in quale maniera l’attuale processo di sviluppo del Porto può essere messo a frutto?

INTERLOCUTORE DEL PUBBLICO: nel mondo il 70% dell’acciaio è prodotto con l’altoforno, il 30 % con l’elettrico. Perché la Lega a Taranto vuol mantenere aperto e qui con Fedriga vuole chiudere? Qui la situazione è notevolmente migliorata dal punto di vista ambientale. Quindi se Taranto va avanti deve a maggior ragione andare avanti anche Trieste.

PIGA: Il punto franco è una grande opportunità ma deve essere ancora risolto il piano fiscale. C’è un Problema di chiarimento sulla questione IVA e Dazi. Il chiarimento va fatto con l’agenzia delle dogane, Agenzia delle entrate e il Mise di Roma. Una volta chiarito questo, c’è spazio per lo sviluppo del manifatturiero in queste zone.

On. SERRACCHIANI: siamo tutti alla ricerca di un filo conduttore che tenga insieme tutti questi ragionamenti. Per giungere ad una proposta finale che tenga conto di tutti gli elementi dobbiamo continuare il percorso di analisi e di confronto, anche con le forze sociali della città.

Porto franco Internazionale. Il decreto di Delrio del 2017 ha introdotto il pezzo della procedura amministrativa che mancava da decenni e che finalmente ha sbloccato la partita. Ma non basta ancora.

Necessita un chiarimento con L’Agenzia delle dogane, l’Agenzia del territorio e l’Agenzia delle entrate. Per loro non è chiaro cosa significhi “Porto franco internazionale “. Da ultimo sarebbe finalmente da prendere in considerazione la nuova direttiva europea sull’IVA che non è mai stata applicata e che sarebbe per noi una grande opportunità. Il compito attuale delle istituzioni è proprio quello di definire il quadro, tenendo conto di tutti gli elementi e avanzare la proposta di sintesi. Ultima nota, riguardo a Servola : Io sto dalla parte del lavoro, perché solo se ci sarà il lavoro proseguirà il risanamento ambientale.

Forum «Economia e Lavoro»: le crisi industriali e le prospettive future

La riunione che ha visto la partecipazione di sindacalisti delle tre Confederazioni e dei Consiglieri regionali del PD, è stata convocata per fare il punto sulle situazioni di crisi industriale e sulle prospettive future per il territorio giuliano.

 Breve report sull’incontro

 

Interventi dei sindacalisti presenti Antonio Rodà (UILM) , Michele Pepe (FIM) , Umberto Salvaneschi (FIM), Marco Relli (FIOM)

Situazione generale

Se guardiamo i dati della occupazione (vedi dati IRES pubblicati su «Il Piccolo» del 1° maggio) la provincia di Trieste può registrare finalmente una crescita della occupazione rispetto al 2008 (più 4.500). È il dato migliore rispetto alle altre province della regione. In realtà l’occupazione è aumentata nel settore turistico-alberghiero e nei servizi: lavoro decisamente più precario e meno redditizio. È diminuito nel settore industriale e edilizio. Settori che garantiscono un lavoro più stabile. Il numero complessivo delle ore lavorate appare in diminuzione. Siamo quindi lontani da un assestamento positivo definitivo.

 

Settori in crisi

SERTUBI.  60- 70 lavoratori entro l’anno andranno a casa. Il prodotto non riesce ad entrare in Europa con il marchio made in Italy. Il tubo indiano, a minor costo, vende di più. Non c’è pertanto la volontà di restare. Dall’inizio della crisi di questa azienda, a fine agosto di quest’anno avranno perso e perderanno il lavoro tutte le 200 persone originariamente occupate. L’Area in cui è insediata la Sertubi è di proprietà della Duferco, cui la Sertubi paga l’affitto.  E la Duferco, a suo tempo ha pagato a prezzo ridotto quell’area.  Si attivi pertanto per nuovi investitori. È un’area preziosa, appetibile per altri insediamenti. I nuovi investimenti potrebbero assorbire i lavoratori persi dalla Sertubi.

WARTSILA. Dopo aver preso molti incentivi in passato per mantenere la produzione e l’occupazione dei lavoratori, resta sempre in crisi. Presto sapremo la situazione e la quantità di esuberi che verrà dichiarata. Si parla di 100 esuberi circa.

FERRIERA. È difficile al momento attuale prevederne gli sviluppi. Sulla possibilità di un intervento cinese per un riutilizzo di quell’area, nulla si sa di concreto. Potrebbe sparire solo la cokeria?  Se le prospettive saranno queste salterebbero 100 lavoratori. Verrà soppressa tutta l’area a caldo? Sparirebbero 500 lavoratori! Al momento nulla si sa di accordi con il cav. Arvedi in proposito. La trattativa è in corso.  Anche qualora l’intera area a caldo venga destinata ad area puramente logistica, potrà assorbire all’incirca 75 lavoratori, non di più. Resta pertanto la precarietà del tutto. Va però puntualizzato e chiarito che l’idea circolante che la maggioranza dei lavoratori dell’attuale Area a Caldo potrebbe essere rioccupata alla demolizione dell’impianto non trova una reale possibilità di realizzo. Per questo tipo di impianti ci vogliono imprese e personale specializzato e mezzi particolari (dati rilevati da altre esperienze).

BURGO. Ottanta licenziamenti sono in atto e su questi è difficile intervenire. Si sta lavorando per una loro ricollocazione, che peraltro potrà essere solo molto parziale. L’azienda è nazionale, ed è a livello nazionale che si dovrebbe intervenire per scongiurare il definitivo licenziamento di oltre 120 lavoratori.

PRINCIPE. Sono 115 i dipendenti dello stabilimento Principe di S. Dorligo della Valle che rischiano il licenziamento a breve. Nelle richieste di concordato preventivo infatti richiesto dalla famiglia Dukcevich non rientra lo stabilimento di S.Dorligo. Le richieste di incontro dei sindacati non hanno dato alcun esito. La proprietà non dà comunicazioni sul futuro assetto.

 Prospettive positive

  • I PUNTI FRANCHI che si sono resi disponibili. Finora si è fatto un gran parlare ma si è visto poco. Solo la Seleco si è inserita nel retro banchina. Eppure è una grande chance che va sfruttata: può offrire la occasione di centinaia di posti di lavoro. Non possono essere utilizzati solo per operazioni di stoccaggio, ma vanno insediate industrie del manifatturiero. A che punto siamo della situazione?
  • LA PIATTAFORMA LOGISTICA: doveva essere pronta per giugno ma pare lo sarà solo per l’inizio del prossimo anno. Quando entrerà in funzione assorbirà uno stock significativo di lavoratori, che ora è difficile quantificare.
  • IL PORTO VECCHIO: quali insediamenti sono previsti? Con quali ricadute sui posti di lavoro? Quali risistemazioni edilizie? Finora è tutto molto poco chiaro.

 

Interventi dei Consiglieri regionali Roberto Cosolini e Francesco Russo

I due consiglieri ribadiscono il loro impegno a farsi portavoce nelle istituzioni nelle quali sono presenti dei problemi dei lavoratori e delle proposte per il rilancio dell’economia. Sottolineano ulteriormente la necessità di puntare sulle nuove prospettive di sviluppo economico – occupazionale: Punti Franchi, Piattaforma logistica, Porto Vecchio.

Suggeriscono di costruire una sinergia strategica anche con realtà tradizionalmente diverse, come la Confindustria e Confcommercio, ambedue interessate alla tenuta della economia e dei posti lavoro.

Chiedono inoltre:

  • Che il Partito democratico si doti al più presto di una piattaforma di proposte nel campo, da indicare anche in un documento specifico di carattere strategico, che sia di riferimento anche per i propri rappresentanti istituzionali al Parlamento, in Regione e in Comune.
  • Che si prepari, nell’immediato, in occasione della audizione sulla economia che si terrà lunedi 6 maggio in Consiglio Comunale, una mozione che richieda la presenza del presidente della regione Massimiliano Fedriga in Comune a relazionare sulle due più imminenti aree di crisi occupazionale: Sertubi e Wartsila.
  • Tutti sono d’accordo sulla proposta.
  • Non si è parlato di una nuova crisi occupazionale possibile nel breve periodo: la perdita del lavoro di coloro che attualmente sono occupati nella accoglienza diffusa a Trieste. Si parla di 200 persone a rischio. I bandi, appena emessi dalla prefettura infatti, riducono gli stanziamenti giornalieri per i soggetti che gestiscono la accoglienza di circa il 40 % (da 35 euro al giorno a 21,5 euro). Io credo che ad una eventuale richiesta di intervento di Fedriga vada richiesta anche la sua posizione su questo.